I Castagnucoli – Azienda Agrigola Biologica

I Castagnucoli

Sabato mattina, ore 8,30 del mattino. Gli occhi ancora gonfi da una nottata insonne e la bocca impastata da troppe sigarette fumate a metà.

Alcuni giorni prima avevo mandato un messaggio attraverso messanger al titolare dell’Azienda I Castagnucoli e così ci siamo dati appuntamento per le 11,00, nella sua cantina.

E’ presto per partire, ma parto ugualmente.

Cinquanta minuti di macchina, un cd giusto per accompagnare il tragitto e in men che non si dica sono già in questo angolo di paradiso che sono i Colli Euganei, in provincia di Padova.

Dato il largo anticipo mi godo un po’ il paesaggio. Toglie il respiro: verde chiaro, giallo, ma soprattutto rosso. La vigna in questo periodo veste il suo abito più bello.

Realizzo che il tempo è davvero tanto per attendere che arrivino le 11 e così provo a contattare un’altra azienda, non molto lontano dalla mia destinazione. Il telefono squilla e Marco, titolare dell’azienda Farnea, mi risponde. Il tono è gentile, cordiale, ma mi spiega che non riesce ad accogliermi per una visita, perché l’influenza lo ha messo ko e non vuole attaccarmela. Pazienza, ci diamo appuntamento a dicembre, al suo ritorno dall’Australia.

Mi rimetto in viaggio e mi arrampico letteralmente su per una strada sterrata e piena di sassi. L’intenzione sarebbe quella di andare a far visita ad un altro produttore, Alfonso Soranzo dell’Azienda Monteforche. Chiedo informazioni ad un signore anziano, il quale mi risponde che Alfonso è ammalato. E sono due! Chiedo allora se posso acquistare una bottiglia da portare via. “Torni quando c’è Alfonso”. Niente da fare, la giornata sembra nascere sotto una cattiva stella. E sì che, proprio un paio di giorni prima, avevo assistito in diretta alla caduta di un meteorite gigante, roba da esprime desideri per il resto della vita. Pazienza, ci vuole pazienza.

Ormai non manca più molto alle 11,00 e così punto il navigatore in direzione dell’Azienda I Castagnucoli, poco distante da Cinto Euganeo. Salgo e scendo la strada indicatami dal navigatore almeno tre volte, ma non trovo nulla. Finché all’improvviso, proprio accanto al cimitero, scorgo un asse in legno inchiodata ad un albero che dice: I Castagnucoli. Ci sono. La mente vola immediatamente ad una mia visita di quest’estate, fatta a Marsala da Barraco. I cartelli per certi versi si somigliano molto. Scendo dall’auto e lo fotografo.

Una stretta strada sterrata mi porta fino alla cantina, o per meglio dire ad una cascina, perché è questo che appare agli occhi. Parcheggio, scendo, mi guardo intorno, non c’è nessuno. La porta è semiaperta, ma non oso entrare. L’aria profuma di vinacce esauste e tutto intorno ulivi, piante di limoni, piante di bambù.

Sono le 11,00 e da quella porta aperta, puntuale, esce qualcuno.

Occhiali da vista, berretto di lana dal quale fuoriescono alcune trecce rasta, tuta da meccanico e stivaloni da acqua alta. Mi si avvicina timido e sorridente e mi stringe la sua mano, sporca di lavoro. Questa cosa mi piace molto, mi trasmette umiltà, amore per il proprio lavoro e semplicità.

Ci guardiamo e sembra non sapere cosa fare con me. Non mi sta propriamente studiando, sembra solo chiedersi perché abbia deciso di andarlo a trovare. Lui tace e provo io a rompere il ghiaccio.

Nicola mi racconta di essersi laureato in archeologia e pur avendo sempre respirato aria di cantina, sin da quando era piccolo (il padre aveva ottenuto la certificazione biologica già nel lontano ’92), di avere scelto questa seconda vita solo a partire dal 2004. Un po’ di esperimenti per qualche anno e poi dal 2010 l’avvio della produzione in senso effettivo. Poche bottiglie, pochissime, 4.000 non di più, derivanti da due vigne di meno di un ettaro ciascuna. La prima, attorno alla cascina, il “cru” Castagnucoli” e la seconda, poco più distante, in collina. Niente sito internet, solo un pagina FB, niente fiere. Fa un po’ tutto da solo, aiutato dalla sua compagna e del cognato. Le quattromila bottiglie finiscono in brevissimo tempo, distribuite fra privati, ristoranti ed enoteche. Un solo paese di esportazione, la Danimarca. I vini che produce sono quelli tipici di questa zona: la glera ovviamente, i bordolesi, un po’ di moscato secco, del raboso e un blend da lungo affinamento, utilizzando rari vitigni autoctoni.

Entriamo in cantina.

Il pavimento in cemento sembra uscito da una scena di Seven di Sodebergh. Rosso, rossissimo, intriso di vino. Sembra la scena di un delitto, manca solo la sagoma del cadavere disegnata con il gesso. Il profumo del mosto invade il mio olfatto.

Nicola mi propone di assaggiare un campione di vasca, una glera ferma. Attendo perplesso, l’idea non mi entusiasma. Per me la glera è solo spumante o quantomeno frizzante. Mi racconta il suo vino: “Due giorni di macerazione a contatto con le bucce, nient’altro, niente solforosa aggiunta, niente chiarifiche, niente filtrazioni”. Avvicino il calice al naso e il mio pregiudizio iniziale si trasforma in un sorriso, che porgo a Nicola guardandolo negli occhi. Pulito, pulitissimo! Nitidi e precisi i profumi tipici della glera. Mi emoziona anche al palato. Una complessità maggiore rispetto a quanto mi sarei aspettavo da una esile glera: struttura, lunghezza gustativa, giusta freschezza e un sottile graffio tannico donato dalla breve macerazione. Ne berrei un cassa, penso fra me e me.

A tratti la discussione langue. Tace Nicola, taccio io. Le nostre timidezze si incontrano e si sorridono. A volte rompo io quel silenzio, altre volte lo fa lui.

Parliamo di macerazione e Nicola mi confessa di non amare le macerazioni lunghe che, a suo dire, sovraccaricherebbero la struttura del vino a scapito della bevibilità. Mi chiedo il perché della scelta di scrivere glera in etichetta, anziché serprino, come ci si aspetterebbe per questa zona, ovvero prosecco, considerato che sarebbe comunque possibile farlo. “Sono la stessa cosa” (mi spiega) “Solo una questione di cloni. Il vitigno che coltivo io è più corretto chiamarlo glera”. Nel frattempo mi racconta anche della sua glera spumantizzata con il metodo ancestrale e di quella metodo classico. Gli piace proprio sperimentare. Che forza!

Il discorso vira poi sulla solforosa, che Nicola proprio non vuole aggiungere per nessun motivo ai propri vini. Mi spiega, che più che altro è una sfida con sé stesso, il non cercare compromessi, il volere camminare su un filo senza rete di salvataggio. “La sento anche se è bassissima, sia al palato che all’olfatto e ogni volta penso che se non ci fosse stata nemmeno quella piccola quantità, il vino sarebbe stato migliore“.

Seguono altri due assaggi, presi anche in questo caso direttamente dalle vasche: un cabernet e un merlot. Ne parliamo assieme.

Il cabernet mi colpisce per la sua estrema trasparenza e mi spiega che è stata una scelta in parte obbligata. I cinghiali si sono portati via l’80% della vendemmia e per salvare quel poco che restava, è stato costretto ad anticipare la vendemmia, a discapito della maturazione fenolica. Per il resto, una pressatura soffice ha permesso di ottenere quello che agli occhi appare a tutti gli effetti come un rosato. Inizialmente leggermente ridotto, muta nel calice ad ogni istante e si apre man mano regalando note floreali assai aggraziate e leggermente fumè.

Il merlot invece è più intenso nei colori e mi colpisce al primo sorso per il suo spunto tannico. Nicola mi spiega subito che si tratta di una scelta voluta, determinata dal fatto che vinifica aggiungendo una parte dei raspi. Questo gli permette di dare un po’ di carattere alla naturale rotondità che caratterizza il merlot. Un tannino che graffia all’ingresso del palato, ma che svanisce pochi istanti dopo, senza lasciare eccessiva astringenza, ma allungandone il sorso.

Nicola mi chiede se voglio assaggiare altri vini, ma vista la sua esigua produzione e considerato altresì che sono quasi le 13,00, non voglio nè approfittare della sua gentilezza e neppure fargli saltare il pranzo. Così gli chiedo di prepararmi un cartone con sei bottiglie diverse dei suoi vini, da portare a casa e provare con calma e condividere in compagnia.

Li faccio scegliere a lui: un raboso metodo ancestrale, una glera metodo classico, una garganega, il blend da vitigni autoctoni, un uvaggio bordolese e, infine, il Sovrappensiero, un vino nato dalla collaborazione con un amico. Non vedo l’ora di assaggiarli tutti. Siete tutti inviati!

Grazie dell’accoglienza Nicola, i tuoi vini ti assomigliano e parlano di te: sono semplici, umili, sinceri, autentici, non costruiti. Sono vini che hanno un’anima.

Lascia un commento