Il vino di Venezia

Che il vino sia stato molto importante nel contesto sociale della Serenissima è appurato da numerose testimonianze che emergono dagli archivi storici veneziani e da svariati scritti: era un prodotto sottoposto a severi controlli e regolamentato da apposite legislazioni, che ne stabilivano qualità e tipologie di vendita; possedere una mescita di vino assicurava guadagno e benessere, al punto che queste attività venivano trasmesse di generazione in generazione. Ma c’è un vino che storicamente si può definire veneziano per eccellenza? La risposta a questa domanda è stata data sabato scorso durante una conferenza svoltasi all’interno della rassegna Degustamare, di cui si è già parlato a proposito dello spumante Abissi: “La malvasia istriana, il vitigno della Serenissima”. Come hanno sottolineato la sommelier Emanuela Pregnolato e lo scrittore Alberto Toso Fei, grande esperto di una Venezia più nascosta e meno stereotipata, Il nome malvasia è l’italianizzazione di quello di una città greca del Peloponneso, Monemvasia, il cui porto era molto utilizzato dai Veneziani per i loro commerci sin dal XIII secolo. Il termine diventò poi malvagia in spagnolo, malvoisie in francese e malmsey in inglese. I Veneziani portarono i vitigni di Monemvasia dapprima a Creta (che allora si chiamava Candia), dove produzione e commercio del vino Malvasia diventarono molto attivi. Ne venivano prodotti due tipi, uno dolce e uno secco, quest’ultimo definito a Venezia Malvasia garba, cioè dalla connotazione acida. Da Creta la Malvasia si diffuse lungo tutto l’Adriatico e lo Ionio, seguendo le rotte veneziane: divenne così popolare che a Venezia si chiamavano Malvasie i locali dove si vendevano esclusivamente vini importati dalla Grecia e dall’Oriente, frequentati da persone facoltose e bon vivant. Nella toponomastica veneziana il termine Malvasia diventò comune, mentre il vitigno cominciò addirittura ad essere coltivato in qualche isola della laguna. Dell’articolata famiglia delle malvasie, tutte di origine greca, oggi fanno parte varietà molto diverse tra loro per aromaticità, colore della bacca e tipologia di vino che se ne ricava: da vini bianchi dolci e secchi, frizzanti e spumanti, ottenuti dalla malvasia di Candia nel Parmense e nel Piacentino alle malvasie di Casorzo e Schierano, dolci e rosse; dai passiti a base di malvasia delle Lipari ai rossi pugliesi in cui vengono utilizzate le malvasie nere tipiche di quella regione. Ma se si parla di malvasie bianche secche, le espressioni migliori riportano a quel vitigno prediletto dai Veneziani che assunse poi il nome di malvasia istriana, in quanto trovò la sua compiutezza in quella fascia che da Rovigno sale fino al Carso triestino e goriziano. Qui ne vengono prodotte di qualità assoluta, come dimostrato dalle etichette selezionate da Emanuela Pregnolato per la degustazione:
Orto 2010 – Orto di Venezia
L’unico non carsolino della serata, ma veneziano purosangue: dall’isola di S. Erasmo, storica fornitrice di verdure per la città lagunare, dove sono attestate anche coltivazioni di vite, arriva questo vino a prevalenza di malvasia istriana, recuperata e rilanciata dal francese Michel Thoulouze. Piede franco grazie ai terreni sabbiosi, solo acciaio, identità salmastra e iodata ma anche acidità fremente, pulito e preciso.
Malvasia Poje Barde 2012 – Parovel
Dai terreni arenacei e ferrosi della Val Rosandra questa piccola ma eccellente cantina ottiene una malvasia fermentata in acciaio e affinata sette mesi sulle proprie fecce fini. Elegantissimi i dolci profumi floreali e fruttati di pesca, ananas e tiglio, con una nota salina ad accrescerne la complessità e a renderlo più ombroso. Sorso composto ed equilibrato, assai efficace nel tratteggiare una lunga persistenza in cui tornano ad intrecciarsi toni fruttati e sapidi.
Malvasia Carso Doc 2014 – Lupinc
Un colpo al cuore. All’inizio scontroso e riluttante, poi, complice qualche grado in più, ti rapisce con continue e ondivaghe profusioni di aggressività citrina e dolcezza fruttata, di salata ruvidezza e soavi effluvi floreali e speziati. Armonioso e lunghissimo. Fa una breve macerazione di 36 ore; metà della massa è poi affinata in botti di rovere per 9 mesi, l’altra metà in acciaio sulle proprie fecce, per lo stesso periodo.
Malvasia 2012 – Skerk
La progressione dei vini scelta è interessante anche perché permette di valutare lo stesso vitigno vinificato in bianco tradizionalmente, con una macerazione brevissima e una più lunga di 10 giorni, come in quest’ultima etichetta: colore tra l’ocra rosato e il paglierino, naso che si fa più esuberante tra albicocca secca, succo d’arancia e rabarbaro; rimane in comune con gli altri una trama di salsedine. Sorso di spessore, aromatico, marcato da una leggerissima astringenza, molto persistente.

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