Josko Gravner

Josko Gravner

Oslavia – Ore 10,00. Siamo a ridosso del confine sloveno ed abbiamo appuntamento con Josko Gravner per una visita guidata in cantina. Siamo in ritardo di qualche minuto, la pioggia incessante ci fa vedere a malapena i cartelli con le indicazioni delle cantine. Ad un tratto, sulla nostra sinistra ci appare un’anfora gigantesca adagiata su un fianco. Siamo arrivati, non c’è ombra di dubbio.

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Parcheggiamo, scendiamo, ed in lontananza scorgiamo una jeep, che dalla parte sottostante la collina risale verso l’entrata principale della cantina. Rallenta, abbassa il finestrino. Dal lato del conducente c’è qualcuno che ci osserva. “Sarà proprio lui” ci chiediamo… Con un briciolo di tensione, mista ad emozione, saliamo le scale che dal parcheggio portano all’ingresso principale. Pochi gradini e Josko Gravner in persona ci appare davanti, allungandoci la mano per salutarci e darci il benvenuto. Noi non riusciamo quasi a proferire parola. Lui invece si scusa per essere bagnato dalla pioggia e ci sorride, quasi intimidito. Capiremo più tardi che non è timidezza, ma solo grandissima umiltà. Arrivati all’interno, si congeda scusandosi nuovamente e ci presenta Mateja, sua figlia, che ci accompagnerà nella visita per tutta la mattinata. Inizia così il nostro incontro, con uno dei produttori mito dell’enologia italiana ed internazionale: Josko Gravner.

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Mateja parte da lontano, raccontandoci la storia della sua famiglia ed in particolare di suo padre, dei suoi primi passi come produttore. Ci parla dei suoi errori, o meglio di quelli che lui crede siano stati degli errori, della sua voglia incessante di sperimentare e migliorarsi, abbandonando in cantina l’utilizzo di tutto quello che la tecnologia moderna gli aveva suggerito di usare per fare il vino. E così Gravner abbandona l’uso dell’acciaio, e successivamente anche quello delle barriques, convincendosi che per il futuro avrebbe voluto utilizzare solamente le anfore in terracotta. Nel 2000 arrivano finalmente le prime anfore dalla Georgia. Il trasporto è difficoltoso, alcune arrivano purtroppo danneggiate. Ma è l’inizio di una nuova fase. Nel frattempo scendiamo al piano inferiore ed entriamo nella cantina dove giacciono interrate 46 anfore.

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C’è un’aria magica che impone quasi il silenzio, minimalismo assoluto, millenni di storia racchiusi in una stanza. Non è mia intenzione tediarvi, descrivendovi ogni singolo istante della nostra visita in cantina, del resto trattandosi di un produttore così importante ed apprezzato, sono già stati versati fiumi di inchiostro su di lui, ed in rete si posso trovare centinaia di articoli più meno dettagliati sulla sua storia e sui suoi vini. Quello che però forse non è stato mai detto su Josko Gravner, o comunque non è stato mai abbastanza messo in evidenza, è che non si tratta solamente di un grande produttore, sperimentatore, precursore, innovatore, anticonformista. Sarebbe riduttivo. Ciò che trasmette la visita in cantina è l’estrema umiltà di questa famiglia, le sue origini semplici e contadine, gente che lavora la terra, gente che fatica. L’onestà intellettuale ed il rispetto assoluto anche per chi sposa filosofie diverse nel produrre vino. La disponibilità e la pazienza con la quale siamo stati ospitati, non era assolutamente scontata, e ripaga ogni nostra aspettativa. Josko Gravner 06

La visita è poi proseguita nella sala di degustazione, impreziosita da ampie finestre con vista sulle colline del Collio. Mateja ci ha servito il Bianco Breg 2007, uvaggio ottenuto da chardonnay, sauvignon, pinot grigio e riesling italico. Il 2012 sarà l’ultima vendemmia prodotta ed andrà in commercio nel 2020, in quanto Gravner ha deciso che per il futuro, punterà tutto il suo impegno unicamente sulla ribolla e sul pignolo. Come secondo vino ci è stata servita la Ribolla 2007, il vitigno considerato più rappresentativo da Josko.

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A partire dall’annata 2007 tutti i suoi vini vengono posti in commercio dopo 7 anni. Il numero 7 è infatti un numero magico per Josko, in quanto 7 è il numero degli anni che il corpo umano impiega per cambiare tutte le proprie cellule. Entrambi i vini sono ottenuti con lo stesso procedimento: 7 mesi di fermentazione a contatto con le bucce all’interno delle anfore interrate, a cui seguono altri 6 anni di affinamento in botti di rovere. Nessuna chiarifica e nessuna filtrazione. L’unico additivo esterno è l’utilizzo dello zolfo. Gravner un tempo era convinto di poterne fare a meno e si era imposto di riuscire a fare il suo vino senza l’utilizzo di alcuna solforosa aggiunta. Ha dovuto ricredersi. Del resto, afferma lui stesso, se in millenni di storia l’uomo l’ha utilizzata, e se lo stesso mosto in fermentazione la autoproduce, non si vede perché non rispettare la storia ed andare addirittura contro la natura. Tengo a sottolineare che per tutta la durata della visita, Mateja non ha mai nominato il termine orange wine, nemmeno vini convenzionali o vini naturali. Nessun confronto o paragone con altri produttori, o con altri stili di produrre il vino. “Esistono vini buoni e vini meno buoni” afferma. “Gli uni e gli altri possono essere prodotti con filosofie differenti. Produciamo vino, siamo biologici, ma non ci interessano le certificazioni. Siamo in conversione biodinamica. Produciamo vino… Punto. Queste frasi ci fanno riflettere. Entrambi i vini ci sono stati serviti all’interno di un calice speciale, creato appositamente per il produttore dall’Architetto veneto Massimo Lunardon. Degustare il vino in questi particolari calici è un esperienza nuova, che ha qualcosa di mistico, di sacro. Crea un rapporto intimo con il vino, permette anche di guardarlo da un’altra prospettiva, dall’alto in basso, ed apprezzarne ancor di più la straordinaria luminosità del colore.

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Potrei soffermarmi all’infinito a parlarvi di questi vini, della loro straordinaria luminosità, dell’assoluta pulizia visiva ed olfattiva, della loro complessità gusto – olfattiva, ma credetemi, quello che li rende davvero unici è la storia che ne sta alle spalle, i sacrifici e gli esperimenti che hanno portato a produrli, e soprattutto la possibilità di berli, per la prima volta, proprio assieme a chi con tanta cura li ha prodotti. La visita doveva durare un’ora e mezza ed invece si è prolungata per tre ore, letteralmente volate. Mateja ci saluta: “Grazie a voi, mi avete cambiato la giornata” afferma. E’ l’ennesimo regalo per noi, che ricorderemo molto a lungo, se non per sempre, questa giornata.

 

Josko Gravner

Località Lenzuolo Bianco, 9

Frazione di Oslavia, Gorizia

Tel. 048130882

www.gravner.it

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